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Marzo: Andrea Francolino

Andrea Francolino

Dialoga con Thea Romanello

La conversazione è stata ritoccata leggermente solo in alcuni punti per lasciare tutto, quanto più fedele possibile all’originale. Uno scambio nato senza preparazione di domande, camminando casualmente senza una meta prefissata, tra i rumori e gli ostacoli della città. Dove l’audio era corrotto dal suono delle sirene, a causa di un inciampo o da un passaggio costretto tra i lavori stradali, è stato sistemato rispettando il senso originale di questa riflessione a voce alta tra Andrea Francolino e Thea Romanello.

 

Matera, realizzazione dell’’opera 40.66264,16.61108 24 giugno 2022, 06:40:18 — Foto Andrea Francolino

 

Dall’apertura, feconda abbondanza
Errare a Parigi con Andrea Francolino 21 marzo 2025
“Andrea Francolino è l’artista delle rotture, crepe e casualità. Vive e lavora da vent’anni a Milano, ma Andrea è del Sud. Pugliese di nascita, è cresciuto a Matera in un’epoca in cui molti pensavano che Matera fosse in provincia di Bari, o che la Basilicata fosse la terra di un Cristo che si è fermato a Eboli, la vergogna nazionale, come nel 1948 la definì Palmiro Togliatti. Insomma, una terra senza grandi pregi.
Lui, con il desiderio di diventare artista, e il suo amico che studiava fisica… seduti su uno di quei muretti nei Sassi, gambe penzoloni, di fronte allo spettacolo possente della Murgia con le chiese rupestri. rifacevano il mondo. «Se devo dare una spiegazione psicologica alle mie crepe» — dice lui — «magari emergono anche dai Sassi di Matera».”

E questa crepa allora?
Partirei da Esiodo, il poeta greco del VII secolo a.C., che diceva che il caos emerge dal disordine primordiale dove nacquero spontaneamente le divinità e da cui derivarono tutte le cose. Quindi quello che oggi noi pensiamo come il disordine in realtà era il principio dell’ordine. Da Esiodo ho tratto il termine “Spazio beante” per il titolo della personale (ndr. “Venne all’esistenza lo Spazio beante”, inaugurata il 22 settembre 2022 alla Galleria Mazzoleni di Torino a cura di Lorenzo Benedetti) per “beante” si intende l’apertura, la fessura come principio del tutto. Nella mia ricerca, la rottura — la crepa o la voragine — diventa l’origine di continue riflessioni che evolvono
in una direzione che non posso decidere a priori. Ecco perché ho impostato la residenza all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi sull’errare per la città alla ricerca di sensazioni, possibilità, fratture, insomma variabili casuali. È ovvio che sono stato nella parte centrale di Parigi, ho camminato tantissimo, ho percorso chilometri e chilometri… ho visto tutte quelle cose che passano inosservate alla gente, come una crepa schiacciata o la rottura di qualche elemento. Ho visto di tutto, dai quartieri più improbabili, più duri della città ai quartieri più patinati, più turistici, i quartieri che sono l’emblema che ogni città fa vedere di sé stessa, la parte più storica, più estetica, cioè il paradosso che mi piace molto e che durante questa residenza ho cercato di vivere come emozione e ricerca.


4 Marzo 2025 Parigi ore 13.58.45. Foto, Andrea Francolino

Ecco perché l’intervista–passeggiata ti si addice tanto…
Certo, questa conversazione che stiamo facendo, errando per la città, probabilmente mi somiglia di più. È un po’ il fascino di questo elemento da cui parto. Se tu pensi… se magari facessimo una camminata indietro nel tempo e andassimo duecento anni indietro, probabilmente una cosa che troveremmo comunque e ancora sarebbe un albero, una crepa, una rottura. Perché? Perché è una cosa che è sempre esistita. Probabilmente bisogna andare veramente lontano indietro nel tempo, non dico al Big Bang, ma quasi. Questa è la cosa interessante, perché molti che hanno scritto su di me hanno accostato il mio lavoro a grandi autori come Alberto Burri, Richard Long o Fontana e questo evidenzia quanto la mia opera sia non solo contemporanea al passato, ma contemporanea al presente e spero che lo sia anche al futuro e questo cosa significa? Che la crepa rimane sempre la stessa, ma sono gli eventi intorno che cambiano. È un elemento così universale dove la sua contemporaneità perdura inevitabilmente dal contesto che le sta intorno.


Andrea Francolino: Venne all’esistenza lo Spazio beante, Mazzoleni Torino, 2022, veduta dell’installazione. Foto R. Ghiazza

Parli spesso degli antichi greci…
…sì, perché nell’antica Grecia guardavano il cielo e cercavano di immaginare concretamente quello che era l’universo, quindi fantasticavano, ma con una certa cognizione di causa. Ecco, fantasticare partendo dalla frattura, dal caos, dalla casualità, ovviamente mi dà la possibilità di realizzare degli argomenti anche molto contemporanei senza però la speculazione che si può fare sull’attualità che ci circonda e questo mi fa sentire libero. A questo proposito, mi viene in mente la mostra con la performance che ho fatto in Germania lo scorso anno (ndr “Diversität”, Giugno 2024, Galerie der Stadt Tuttlingen a cura di Anna–Maria Ehrmann–Shindlbeck): dieci ragazzi di origine, provenienza, etnia, credo… differente, hanno cominciato a rompere questo grande muro di più di quindici metri con un martello e uno scalpello, partendo da lati opposti e per incontrarsi al centro del muro congiungendo il solco. In questo caso, la rottura diventava trait d’union tra le loro diversità. Rottura come equilibrio, casualità come principio di ordine. Ecco, questa è una cosa che mi ha affascinato al punto da poterla contestualizzare oggi negli eventi contemporanei. Gli eventi contemporanei sono quelli di grandi disordini, di grandi diversità, dove queste diversità, sia in natura che in società, alla fine dimostrano che, se d’accordo, sono di grandissimo equilibrio. Quindi la mia ricerca in questo caso diventa molto attuale perché può affrontare tematiche universali. Sono curioso di cosa potrà suggerirmi questa permanenza qui a Parigi e, sicuramente, tornato a casa, le nuove possibilità su questo lavoro esaleranno.


Andrea Francolino, Performance video “Diversity”. June 7 2024 Galerie der Stad Tuttlingen, foto Nadja Dosterschill

Andrea Francolino, performance video minuto 15, “Diversity”. Galerie der Stad Tuttlingen, foto Nadja Dosterschill

Per fortuna, anche in città la natura è dappertutto…
Questi sono bellissimi (ndr un fioraio nella rue du Bac che espone fiori e piante, invadendo lo spazio del marciapiedi e della strada) …recentemente sono stato invitato alla mostra “Flora”, alla Fondazione Magnani Rocca, a cura di Daniela Ferrari e Stefano Roffi, dove sono state esposte 4 piante vere e 4 piante in calcestruzzo che cercano di somigliarle, della serie A–Biotic. È l’eterna condizione da parte dell’uomo di imitare la natura. La sua stessa evoluzione dipende da quello. D’altronde, non dimentichiamo… Adesso noi abbiamo iniziato la nostra conversazione in modo molto caotico e questo è anche il bello del conversare per strada… però la rottura è l’evoluzione del principio di disordine, di caos, e tutto quello che ne consegue è una riflessione sullo stato dell’uomo, quindi fra l’uomo e la natura, il creato. Questo mi dà anche la possibilità di poter affrontare queste tematiche senza doverle connotare per forza in una determinata cosa. Certo, poi emerge un grande esistenzialismo dal mio lavoro e questo mi appartiene. Qui mi viene in mente la grande crepa d’oro dentro il muro che ho fatto in diversi luoghi. Lì la crepa diventa rivelativa. Poi, ovviamente, questo mio errare è spesso anche conosciuto all’inizio del mio lavoro col fatto che io, andando in giro per il mondo, raccolgo le crepe con tre tecniche diverse. Prima, spargendo la polvere di cemento recuperato, poi con la polvere di terra e oggi sono nella fase dell’acqua. Nel 2014–2015 ho iniziato a calcare delle crepe come questa, per esempio, sotto i nostri piedi (ndr una crepa sul marciapiede della rue du Bac), sulle quali spolveravo del cemento recuperato dai cantieri, che aveva già avuto un processo di esistenza, adesivizzando una carta di tipo Hahnemühle, premevo sulla crepa realizzandone l’esatta impronta. Questo è quasi un paradosso: voler fermare un processo in divenire perché, come dico sempre, la crepa è una manifestazione oggettiva che spesso rivela il principio e l’evoluzione delle cose, quindi, non è né positiva né negativa. Quindi ecco, calco le crepe in giro per il mondo con la polvere di cemento e sotto ogni crepa metto una coordinata GPS che indica il luogo in cui si trova perché è un’arte del vero, è un’arte concreta: i minuti, i secondi e la data, quasi a volerla fermare nello spazio–tempo.
Poi la tecnica è evoluta, è arrivata alla polvere di terra e oggi sono arrivato alla sintesi assoluta perché butto l’acqua sulla crepa, imprimo il foglio che si bagna, entra e si adagia all’interno della crepa, quindi il calco diventa scultoreo, più che grafico, ma poi l’acqua evapora e rimane solo la carta. Quindi rimangono i due gesti: quello del tempo e quello dell’artista. È il minimalismo assoluto: i due concetti di tempo, quello che passa e quello atmosferico, più la mia azione.


Andrea Francolino, venne all’esistenza lo Spazio beante, Mazzoleni Torino. Veduta dell’installazione A–Biotic. Foto R. Ghiazza

Sei già sceso sul lungo Senna?
Sì, sì, ho anche scattato alcune foto per il nuovo progetto (ndr, progetto fotografico di cui si vedrà il risultato a ottobre 2025, qui a Parigi, in collaborazione con CONTEMPORALIS Association Amis Art Contemporain France — Italie e Istituto Italiano di Cultura) e che sto portando avanti da quest’ultimo dicembre, e no… la cosa affascinante è anche quella… se tu rifletti insieme a me sul discorso della rottura che poi genera l’ordine naturale, se noi vedessimo un fiume adesso con il satellite, andando tanto in alto, vedremmo questo fiume così da vicino e altro non è che una grande casualità, quasi somigliasse ad una crepa nella quale l’acqua scorre, è come se poi all’interno del mio lavoro, quando porto avanti la mia ricerca, queste riflessioni universali non avessero mai una fine. Queste riflessioni ricominciano daccapo quando lo spettatore guarda l’opera, è come se fosse un’opera oggettiva come la crepa stessa, affinché lo spettatore non ne venga escluso oppure non accetti la filosofia, il pensiero o la tematica dell’artista, ma all’interno di quest’opera possa riflettere sé stesso e tutte le considerazioni che ne conseguono perché non è un concetto finito. Tutto quello che si può dire non è stato ancora detto.
Purtroppo, la crepa è stata molto figurativizzata, banalizzata, no? Ogni volta che c’è un trauma, anche i giornalisti la pubblicano quasi fosse la sintesi simbolica per chiuderla ad un’unica interpretazione. Ma in teoria, se noi andiamo a vedere dagli antichi greci, era da dove tutto è nato, da dove tutto l’ordine è emerso. È questo quello che mi interessa, contestualizzarlo nella contemporaneità, il rapporto fra noi e le cose della natura, le cose del creato.

Siamo arrivati alla passerella Solferino, il ponte, il contrario della crepa…
Questo fiume è vita per molta gente. Non a caso le persone costruivano le loro città a ridosso di questo. Quindi, all’interno di questa fessura scorre un fiume oppure il fiume ha fatto in modo che questa fessura venisse a formarsi. Ecco perché la terza fase del mio lavoro di ricalco di crepe in giro per il mondo è fatta con l’acqua, perché poi l’acqua evapora, lascia quel solco, quel tratto della verità da cui può affiorare la bellezza.

Foppato (BG), realizzazione dell’’opera 46.045203, 9.757553 17 marzo 2022, 15:39:04. Foto Andrea Francolino

Dalla rottura… alla bellezza
La cosa affascinante di questo processo è che spesso si nasconde, dietro questo evolversi del mio lavoro, anche un paradosso: l’estetica di una rottura. È già un paradosso perché il 99,9% delle situazioni non cerca la bellezza nella rottura. E poi quell’estetica emerge, ma emerge perché è vera e perché tutti si trovano riflessi, perché ognuno ha il proprio vivere e la propria esperienza, la propria casualità di vita che lo porta a quel giorno lì e quindi, non lo so, sono tratti della verità. Quando poi io
riporto quella frattura all’interno del mio lavoro e lo espongo, altro non è che il riportare quello che realmente è, non ho fatto artifici, ho semplicemente scelto un materiale reale, polvere di cemento recuperata, perché il cemento nasce polvere e ritorna polvere come molte cose nell’umanità intorno a noi nascono polvere e ritornano polvere… quindi vedi? è proprio il concetto dell’evolversi della vita. Poi ho scelto la polvere di terra e dalla terra nasce la vita. La terra è fertile e l’acqua che cos’è… l’acqua è vita.

Però quando numeri le tue crepe con le coordinate GPS oppure chiudi dei tuoi lavori all’interno di un metro quadro, introduci un elemento che contraddice l’idea di casualità.
Perché è lì che si antepone il paradosso che emerge poi da questa riflessione: ovvero l’uomo che cerca di calcolare tutto, qualsiasi cosa, e la casualità di una fenditura, di un frammento che non è prevedibile a priori, quale sorte prende? Non a caso, nel mio passato sono andato a calcare le crepe anche sui confini dei paesi, ma perché? Perché se tu vedi a livello geografico la mappa di quei paesi, i confini sono delle crepe, ma in realtà sono delle linee casuali che gli eventi sociali hanno determinato, che l’uomo ha definito, ma la crepa è libera di andare da una parte all’altra perché l’uomo non può controllare gli eventi. Per alcuni eventi può, per altri non può prevederli e questo è probabilmente ciò che lo porta sempre ad evolvere nel tempo.


From 12 marzo 2015 to 12 marzo 2016. Polvere di cemento recuperato su carta Hahnemühle. Veduta dell’installazione, Frittelli arte contemporanea Firenze. Foto Agostino Osio

Hai parlato della mancanza di autoreferenzialità delle tue opere… secondo me è impossibile non essere autoreferenziali in un’opera d’arte.
L’autoreferenzialità è una cosa molto più sottile. Io credo che ci siano molti artisti che espongono sé stessi… pensa a Dalì, com’era onnipresente nel suo lavoro. Quando parlo di un’opera non autoreferenziale, è quell’opera che ti permette di poter riflettere tutto te stesso, te come fruitore. Inizia laddove lo spettatore può evolvere il proprio pensiero all’infinito, proprio perché è un concetto universale. È in questo che l’autoreferenzialità dell’artista fa un passo indietro per lasciare spazio al fruitore… è come se fosse il libero arbitrio, è la stessa cosa. Anche gli eventi sociali spesso sono causati da un libero arbitrio di qualcuno che riflette su quella cosa quello che lui è. Ecco perché la crepa è la manifestazione oggettiva di un processo in divenire e quindi l’apertura. Hai usato prima il termine “apertura” e qui ritorniamo all’antica Grecia dove “beante” significava “apertura” da cui emerge quel caos che poi oggi è ordine. Quando vediamo la natura notiamo un equilibrio inspiegabile, dalla ciclicità dell’acqua all’armonia di alcuni paesaggi che nascono da una casualità di eventi che hanno preso la direzione dell’ordine e dell’equilibrio, quello che noi stiamo oggi rompendo. Quindi Francolino come fa a riflettere da questo sul senso della vita, sul senso delle cose, sull’uomo e la natura? Riflette in questo senso: io guardo quella cosa e rifletto sugli equilibri. Ecco, …immagina questo proiettare sessanta foto di crepe che cercano di coincidere con la vera che c’è dietro il muro oppure di coincidere con una vena di una lastra di marmo. Qui mi riferisco alla serie delle opere video dal titolo “Minuto”, foto di crepe tutte differenti, che scorrono ogni secondo al suono del ticchettio di una lancetta, nel tentativo di coincidere con una crepa sul muro, o con la vena di una lastra di marmo oppure con un ramo di albero… ecc… Questa è la casualità, il caos che si nasconde dietro la natura che invece genera ordine. È come se io cercassi la mia teoria del tutto, ma che probabilmente non la troverò mai… adesso non so se gli scienziati la troveranno, sono curioso.


Andrea Francolino, Minuto 14. Video proiezione. Galerie der Stadt Tuttlingen 2024. Foto Nadja Dosterschill

Hai scritto questo: “Da sempre mi chiedo perché l’uomo evolva maggiormente nel materialismo e conseguentemente si allontani dalla natura, riducendo il legame con essa”.
In effetti, sono i paradossi che si nascondono dietro le cose. Spesso l’uomo, più si circonda di materialità, e più si allontana da un vero senso delle cose e della vita. La nostra civiltà sta riscoprendo un nuovo legame con la natura. Prima era molto più antropocentrica… l’uomo, più aumenta la sua materialità, e più si allontana dalla natura, ma inevitabilmente, perché adesso siamo in una metropoli; quindi, la natura è nel fiume, però costruisce sé stesso in che modo? Prendendo gli elementi naturali e artificializzandoli, quindi, in teoria, allontana quegli elementi naturali dalla natura per la città. Però poi cosa fa? La natura è fuori dalla città e lui la ricerca, nel fine settimana, probabilmente accade come in tutte le grandi città, l’uomo va a ricercare la natura. Quindi si è allontanato dalla natura venendo in centro, venendo dove ci sono gli altri uomini perché ha bisogno di socialità, però poi ha voglia di ritornare di nuovo nella natura e quindi la va cercando. Probabilmente lavora, guadagna dei soldi, per cosa? Per pagarsi il voler ritornare alla natura per andarsi a riposare. Quindi vedi che è sempre un paradosso? E la scoperta dell’uomo oggi di essere parte della natura e non più a governarla è dovuta anche alle fratture: i cambiamenti climatici sono delle manifestazioni rovinose che la natura sta cercando di dare all’uomo come segnale, sta cercando di rifarsi spazio. È come una radice all’interno dell’asfalto dove prima stavi inciampando, tu, Thea. E quindi che cos’è? Vedi? È la natura che emerge, rompendo quella artificialità, quindi, paradossalmente, l’uomo più si artificializza, più si allontana dalla natura, inevitabilmente, ma più poi lo riporterà ad avvicinarsi alla natura perché ne avrà bisogno, perché se si allontana poi si ricorda che, in effetti, è parte di quella cosa, quindi, è come se fosse un gatto che si morde la coda, un infinito, una danza di Matisse. Non si può identificare questa cosa. Il ciclo delle cose umane è un continuo paradosso tra essere e divenire.

Te la ricordi la prima crepa?
No, ma ricordo di questo viaggio in Svizzera, credo fosse il 2009 o 2010 a Basilea, questo è il motivo per cui ho scattato la foto a Parigi davanti al monumento degli Invalides (ndr, il primo giorno che Andrea ha girato per Parigi). Mi ha colpito questo fatto di dover chiudere le fessure del manto urbano per rendere tutto perfettamente ordinato, ma poi un raggio di sole ha fatto riflettere il lucido del materiale con il quale le avevano chiuse e altro non è successo che quella cosa è emersa ancora di più. Quindi, più si cerca di nascondere una cosa e più emerge. Questo è rivelativo del mio essere stato qui, aver ritrovato probabilmente quella cosa da cui sono partito molti anni fa in Svizzera dove ero rimasto molto colpito dal fatto che loro chiudevano tutte queste crepe. Quanta meticolosità e quanto lavoro infinito, probabilmente perché io credo che lo stato dell’esistere dell’uomo… che appena ne chiudevano una, nel frattempo in un’altra parte della città se ne sarà aperta un’altra… è come spolverare casa, continui a spolverarla sperando che prima o poi vada via tutto.

Andrea, parlami di te…
Io sono innamorato di due luoghi: della città di Matera in cui sono cresciuto (ndr, Andrea è nato a Bari ed è arrivato a Matera verso i 4 anni), poi sono partito intorno ai
23 anni per Milano, è da vent’anni che vivo lì con la mia famiglia, ho lo studio lì. Mia moglie, invece, nata a Milano è cresciuta sulle Dolomiti dove abbiamo una casetta… Sono molto compiaciuto di questa mia presenza tra Milano, Matera e il Bellunese. Ma almeno una volta all’anno io devo andare a Matera dove ho i miei genitori, mio fratello che lavora lì, tanti amici. Perché poi sai che siamo tutti andati via per andare a cercare la nostra fortuna da qualche parte. Però io a Matera, non escludo che in futuro possa avere un punto d’appoggio dove fare da vecchietto i miei sei mesi e sei mesi tra Milano, Matera e Nevegàl. Quando me ne sono andato io era una città in cui tutti stavano già credendo. Dopo che è diventata capitale della cultura, la gente ha riconosciuto quella bellezza laddove si parlava dell’aura della vergogna. Insomma, Pasolini se n’è accorto prima degli altri, di quanto fosse bella questa città e quindi io questa bellezza già la vivevo. Probabilmente se andassi a psicanalizzare il mio lavoro, pare che emerga questo aspetto: una città dove si scavava per la vita, perché si scavava per raccogliere l’acqua, si scavava quando nasceva un figlio per ricavare un altro spazio all’interno delle grotte. Le abitazioni all’interno della città di Matera, se uno va a visitare la casa contadina tipica, quando solitamente nasceva una nuova vita si realizzava un altro ambiente, perché poi è una pietra molto tenera, molto porosa e quindi… questa città che nasce in un contesto naturale probabilmente mi avrà forgiato in qualche modo, non riesco a spiegarmi diversamente del perché io alla fine nella rottura casuale, nella fenditura, nell’apertura, nella crepa vedo le mie riflessioni infinite. Quindi, sì, sono molto legato a questa città, ci torno sempre con molto piacere, sono contento di vivere a Milano perché è una città che mi ha dato tanto. Qui, inoltre sono fondatore di questo spazio no–profit (ndr, The Open Box, spazio nato a Milano nel 2015) insieme ad altri tre artisti e un curatore dove esponiamo progetti anche di giovani. Quindi posso permettermi oggi con altri colleghi di far vedere il lavoro di giovani artisti e grandi progetti, quindi, sai, è una città che mi ha permesso tanto. Detto ciò, in montagna trovo tanta natura esplosiva: le montagne italiane, le Dolomiti, le Bellunesi, le Trentine… sappiamo che sono luoghi magici, tra i più belli che possiamo desiderare; quindi, essere circondato da queste bellezze inevitabilmente mi ispira.

Siamo nei giardini delle Tuileries, di fronte ad una scultura di Jean Dubuffet “Le bel costumé”
Siamo in un luogo meraviglioso come Parigi, che è una città magnifica, in cui ci sono opere d’arte meravigliose. Insomma, ringrazio anche l’Istituto Italiano di Cultura e Contemporalis (ndr, l’associazione Contemporalis Art Parigi) di avermi strappato via dal lavoro senza sosta e dell’opportunità di concedermi dei momenti di contemplazione in questa città piena di sorprese.

Andrea Francolino, M2. Calcestruzzo, terra, oro, papislazzuli. Foto, R. Ghiazza. Courtesy Mazzoleni, London – Torino

Tra il dentro e il fuori, tra la strada e il tuo studio, tra il viaggiare alla ricerca di crepe e il dare una forma concreta al tuo errare, cosa c’è?
Non lo so, ma mi viene in mente un episodio: quando dovevo lasciare lo studio a Milano, tre anni fa, perché mi aumentavano l’affitto, ho deciso di comprarlo dopo averne visitati altri. Sono legato a quello studio per due motivi: il primo è che mi dispiaceva lasciare i calchi del pavimento in calcestruzzo e il secondo è che nei lavori che faccio di calchi di crepe in giro per il mondo, “I Percorsi”, che sono dei viaggi veri e propri, la prima crepa è sempre quella che si trova all’uscita del mio laboratorio.